AFTER THE RAIN -Nothing but your smile-

Stesura: Aprile 2006

Un attimo. Niente di più, quello che ci ha legato. E che ancora ci lega. La nostra vita ci tiene sospesi sul mondo con un filo di tela di ragno, così fragile e allo stesso tempo capace di intrappolarci, bloccarci e chiuderci gli occhi all'evidenza. Non serve a nulla pensare al passato. Lo so. Ma avvolta dall'oscurità, adesso, mi chiedo perché quel giorno i nostri sguardi si siano incontrati. La pioggia precipita a terra con rassegnazione, mentre corro attraverso questo vicolo buio. Splash. Splash. Splash. Spruzzano piccole cascate le pozzanghere che colpisco con i piedi. Non so per quanto riuscirò a correre con questi tacchi così alti, ma sento ancora i loro passi dietro di me. Non devo farmi raggiungere. Un gatto grigio accoccolato su un cassonetto mi fissa con occhi sormioni, mentre decido affannosamente da quale parte continuare la mia corsa. Destra o sinistra? Sinistra. Mi ha sempre portato bene. Soprattutto con le carte. Anche quando ti ho giocato. Mi hai posato quello sguardo addosso e sfiorato con quel sorriso, come uno che ha capito tutto della vita. E invece non avevi capito proprio niente, perché la carta giusta ce l'avevo io. Che stupido.
Accidenti... le gambe mi cedono. Non credo che riuscirò ad andare avanti a correre ancora per molto. Mi manca il fiato. Devo escogitare qualcosa, ma cosa? Provare a nascondermi... sì, forse è la soluzione migliore. Nascondersi. Giocarli. Come ho fatto con te. Un posto dove nascondersi. Un posto qualunque. Uno. Dove nascondersi. Dove?
Non avrei mai pensato che in quella fish che mi hai rifilato ci fosse dentro un microchip. Che diavolo dovrei farci, io, con un microchip? Guarda in che cavolo di guaio mi hai fatto finire! Maledetto stupido. Se mai dovessi incontrarti di nuovo ti darò un pugno. Lo giuro. A costo di rompermi un dito. Ma dove potresti mai essere? Forse sei anche morto. Ti avranno sicuramente fatto fuori. Giuro che se non ti hanno fatto fuori loro ti faccio fuori io. Bastardo!
Un posto dove nascondermi. Un posto...
"Serve una mano?"
Cosa? Una voce dall'alto. Sei tu. I nostri sguardi si incontrano ancora e sulle tue labbra c'è ancora quel sorriso. Tronfio della tua entrata in scena, salti dalla scala antincendio su cui ti eri abbarbicato e mi blocchi la strada. Ti avvicini. Io ansimo. Non riesco a dire neanche una parola. Mi manca il fiato. Vorrei colpirti, ma all'improvviso mi sento così debole. Come se avessi rinunciato a correre. A muovermi. A vivere. I passi si avvicinano, mi spingi con aggressività contro il muro e mi accascio. La pelle nera dei miei pantaloni si infradicia in una pozzanghera, mentre nell'aria sibilano degli spari. "Stupido, che vuoi fare? Non vedi che sono troppi?" Non mi ascolti, ti muovi agilmente tra i proiettili. Spari e colpisci. Sembri non renderti conto della situazione in cui ti trovi. Possibile che tu sia così sconsiderato? O forse lo stai facendo per me? No, impossibile. Non credo che tu sia il tipo che si preoccupa per una donna qualunque. E poi cos'è quel sorriso da stupido che continui ad avere? Sei solo uno stupido. Uno stupido. "Stupido!" cerco di gridare nonostante il respiro affannoso. Il punto della schiena che è andato a sbattere contro il muro mi fa male. Ma più di tutto mi fa male il fatto che a questo mondo non si possa vivere senza sentire dolore. Abbiamo bisogno di provare dolore per sentirci veramente vivi? Che bisogno c'è di soffrire così? Anche tu soffri, vero? E' per quello che ti sei buttato fra i proiettili senza pensarci su due volte. O forse ti piace? Non riesco a capire. Che cosa provi? Perché mi stai aiutando? Ti senti forse in colpa per avermi tirato in mezzo a questa storia? Cerco di seguire i tuoi movimenti con lo sguardo, ma i miei occhi vedono solo una nube di macchie scure che si muovono indistintamente. La vista mi si annebbia. Non riesco più a distinguere la realtà che mi circonda dalle immagini di morte che mi tornano alla mente. Provo a muovere le gambe indolenzite. Fanno male. Mi passo una manica del cappotto sul volto bagnato. Non serve a niente asciugarlo. Finché la pioggia continuerà a scendere continuerà a bagnarsi. E quando la pioggia smetterà di cadere, ci penseranno le lacrime a sostituirla. Provo inutilmente ad alzarmi. Le gambe non riescono a reggermi a dovere e ricado a terra, per quei pochi centimetri che ero riuscita a sollevarmi. Ci riprovo. Stringo i denti e con qualche sforzo ci riesco. Mi appoggio al muro freddo col quale mi sono scontrata poco fa. E' duro. Freddo. Ruvido. E bagnato. Un piccolo pezzo di mattone si sgretola lievemente sotto la mia mano. Mi volto ancora verso di te. Non riesco ancora a distinguere chiaramente la tua immagine. Ma sento ancora i colpi che librano nell'aria. I lamenti di chi viene colpito. Non riesco a capire se tra questi ci sei anche tu. "Stupida, che fai?! Sta' giù!" gridi. Ma io ho la mente troppo offuscata per risponderti. Procedo rasente al muro, muovendo un passo dopo l'altro con straordinaria lentezza. Ancora degli spari. Un ultimo colpo e poi... silenzio. Un attimo interminabile. Mi paralizzo. Il rumore della pioggia si mescola ad un tetro battito di ali. Alzo lo sguardo. Un corvo. Mi fissa dal davanzale di una finestra con quei sui occhi neri, colmi di avidità. Si becca un po' le piume sotto l'ala e riprende a fissarmi.
"Che cavolo vuoi?" gli sussurro.
"Ce l'hai una sigaretta?" mi volto verso di te.
"Va' al diavolo!"
"Ehi! E' questo il ringraziamento per averti salvata? Potresti almeno dirmi grazie!"
Lo scrosciare della pioggia si è fatto più rado. Non ti sto guardando, ma sicuramente starai sorridendo con quel tuo sorriso impenetrabile. Tutto intorno a me ha ancora una forma indistinta. In questo momento vorrei solo affogare nelle mie paure. Mi esce un singhiozzo. Mi aggrappo al muro, come se fosse la mia unica speranza di salvezza, e sento sgorgare le lacrime che si fondono a ciò che rimane della pioggia sul mio volto. Provo a muovere altri passi lenti ed inutili, ma le forze mi vengono a mancare. Le lacrime mi riempiono gli occhi. Il muro e il cemento delle strade si sciolgono. Faccio per accasciarmi al suolo, ma sento due braccia afferrarmi alla vita e sostenermi. Lo so che sei tu. Sono le tue mani. Di nuovo ti sei messo in mezzo. Non mi lasci nemmeno affogare in pace nella mia disperazione, accasciarmi al suolo e piangere lacrime che fino ad ora non avevo mai versato. Ti odio. Ti odio. Con quello che rimane delle mie energie, provo a spingerti via da me tra i singhiozzi. Provo a colpirti, ma tocco solo l'aria. Mi schivi. Un giochetto da ragazzi per te, che sei capace di sfuggire alle pallottole. Sempre e solo aria. Mi abbracci. In silenzio. Provo a divincolarmi, invano. Non credo di avere più la forza di reagire. Tu ne approfitti per tenermi stretta a te, senza dire una parola. Per lasciarmi piangere sulla tua spalla.
"Perché?" singhiozzo tenendomi aggrappata a te.
Rimaniamo così per un po'. Il tempo sembra fermarsi. Di nuovo si sentono dei battiti d'ali. Delle gocce di pioggia cadono ancora rumorosamente da qualche grondaia nei paraggi. Tutto intorno adesso è pace.
"Mi spiace..." sussurri poi discostandoti.
"Non volevo metterti nei guai." Guardo i tuoi lucidi occhi neri. Non sorridi più. Perché?
"Dimenticami" dici voltandomi le spalle. Rimango a guardarti in silenzio mentre ti allontani finché non scompari. Hai una camminata buffa, sai? Ciondoli un po', mentre infili una mano in tasca e ti accendi una sigaretta. Ti fermi all'incrocio. Ti guardi un po' intorno con aria annoiata e mi rivolgi un'ultima fuggevole occhiata. Adesso sorridi. Poi prendi il vicolo a sinistra e scompari. No. Non è vero che ti odio.

FINE